E fu così che quando per la prima volta vidi il cartone animato di Creamy finii per prendermi una clamorosa sbandata. Una delle tante, perché di fatto non fu la prima, ma fu comunque una delle più intense. Vuoi per lo sguardo particolarmente languido e lascivo, vuoi per quella gonnellina ad espansione orizzontale che tanto stimolava le mie acerbe depravazioni da maniaco ottantenne in erba, vuoi per tanti altri motivi che ora non starò qui ad elencare, ma comunque me ne innamorai. Il problema è che all'epoca, volente o nolente, mi ritrovavo ad essere piuttosto grandicello, poiché se non ricordo male frequentavo già la prima media. E si sa che i maschietti a quell'età, sebbene non fosse scritto da nessuna parte, dovevano necessariamente pensare a tutto fuorché ad un cartone animato per femminucce dalle tinte sdolcinate. Epperò a me piaceva e non potevo farci nulla. Il fato volle che in quello stesso periodo, oltre al cartone animato, gli Dei della Terra decidessero di concedere a noi comuni mortali anche il relativo album delle figurine. E come se questo già di per sé non bastasse, nel supermarket accanto alla mia scuola lo davano persino in omaggio. Dramma e disperazione! Se anche avessi usufruito della generosa offerta del supermarket all'angolo, mai e poi mai avrei potuto presentarmi dinanzi all'edicolante in divisa da metallaro incallito e con tanto di atteggiamento sprezzante nei confronti dell'universo intero per poi chiedere cortesemente cinque pacchetti di figurine per la raccolta di Creamy. Tanto più che l'edicola era situata in una zona virtualmente poco strategica, a due passi dalla mia scuola. Il rischio di imbattermi in qualche compagno di classe spavaldo e gradasso pronto a prendermi per il culo a vita era davvero troppo alto ed io, che come tutti a quel tempo lavoravo incessantemente al fine di costruirmi un'immagine che potesse per lo meno definirsi decente, non ero ancora pronto a correrlo. Con atteggiamento sconsolato decisi quindi di rinunciare, reprimendo così quello che io consideravo un ragionevole gesto di devozione verso colei che tanto stimolava le mie follie emotive di adolescente. Giunsi persino ad invidiare la mia vicina di banco, poiché lei, come tutte le sue coetanee, non solo poteva permettersi di realizzare la sacra raccolta di figurine, ma era anche libera di andarne fiera ed orgogliosa. La compagna in questione si chiamava Chiara ed era una delle poche ragazze con cui riuscivo a condividere gusti e preferenze negli ambiti più disparati. Prevalentemente in quello musicale, ma talvolta anche in ambito televisivo. Ebbene, ricordo che un pomeriggio, durante una noiosissima lezione di storia che nessuno seguiva, vidi accanto a lei un mazzo di figurine doppie. Avete presente le doppie, no? Quelle che solitamente ci si scambiava con altri devoti collezionisti al fine di completare l'album più rapidamente. Si insomma, proprio quelle. Sempre col solito atteggiamento sconsolato di chi è rassegnato a non poter avere ciò che desidera ma vuole comunque godere delle gioie altrui in attesa di tempi migliori, timidamente le domandai se potevo dar loro un'occhiata. Cominciai a sfogliare una ad una tutte le figurine che componevano il consistente mazzo, finché non vidi lei: la figurina perfetta; quella che ritraeva la bellissima Creamy all'apice del suo splendore; quella che non mi sarei mai stancato di ammirare; quella sulla quale avrei potuto fantasticare per giorni e giorni nella beata solitudine della mia cameretta; quella che avrei dovuto avere a tutti i costi! Da quel momento, per tre lunghi giorni pregai Chiara in tutte le lingue del mondo affiché me la cedesse. Oh certo, mica in cambio di niente! Al tempo vigeva la consuetudine secondo cui maschietti e femminucce non dovessero assolutamente elargirsi favori di alcun tipo, poiché sarebbe stato interpretato come un gesto di debolezza e conseguente sottomissione nei confronti dell'altro sesso. Doveva necessariamente sussistere uno scambio. Le proposi allora un po' di tutto, dai giornaletti di musica fino ad arrivare persino al mio inutile compagno di banco. Le proposi di prendersi anche lui, ma non ci fu verso. Chiara era assolutamente intransigenze e stabile nella sua posizione. All'epoca né io né i miei genitori disponevamo di grosse quantità di denaro. Erano tempi duri e diciamo pure che di fatto stavo sempre al verde (un po' come ora d'altronde). Ma quella figurina la desideravo tanto ed infine, in preda al delirio più totale, arrivai persino ad offrire a Chiara il denaro corrispondente all'acquisto di dieci pacchetti di figurine! Dieci pacchetti, capite? Fino a quel momento non me li ero mai potuti permettere. Né d'altronde i miei avrebbero mai elargito una simile somma, ma in qualche modo mi sarei comunque arrangiato. Chiara finalmente accettò. Quella sera mi presentai al cospetto di una madre severa e incazzata ed inventai un racconto strappalacrime degno della più tremenda telenovela brasiliana. Di certo non potevo dirle che servivano per l'acquisto di una misera figurina, mi avrebbe fatto internare al volo (e con buona ragione). Insomma, per farla breve alla fine riuscii ad avere quei soldi insieme a una bella e prevedibile sgridata. Non me li concesse tutti per la verità, qualcosina di meno, ma avrei comunque dovuto tentare. Il giorno seguente andai da Chiara e le ofrii il malloppo, spiegandole che era tutto quello che ero riuscito a mettere insieme. Chiara ci pensò un po', tirò fuori la figurina dal mazzo e alla fine me la diede senza pretendere nulla in cambio. Se solo non fosse stata brutta e odiosa come tutte le bambine della sua età, probabilmente l'avrei anche abbracciata. Fu comunque uno dei giorni più felici della mia lugubre infanzia e nelle settimane a venire feci di quella figurina una sorta di feticcio da ammirare e venerare. Vi costruii un tempio sacro tutto intorno e sacrificai due gatti del mio vicino di casa in segno di profonda e perpetua devozione. Non ricordo quale infine fu la sorte che segnò la sacra effigie, probabilmente andò distrutta durante il devastante diluvio casalingo con cui Dio decise di punire la mia reiterata infedeltà pagana. Tuttavia quella figurina la porto ancora oggi nel profondo del cuore. E insomma, vorrà pur dire qualcosa...

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 12:19 | messa a fuoco | commenti (93)
A proposito di vite perpendicolari...

Ieri mattina ai miei genitori spettavano due commissioni per ciascuno e, pur essendo provvisti di quattro autovetture, non sono stati in grado di farvi fronte senza ricorrere al mio aiuto. I tempi ristretti, l'impossibilità assoluta di trovare uno straccio di parcheggio in un qualsiasi orario diurno e l'importanza di proporzioni planetarie dei rispettivi appuntamenti ha portato quella mente fervida e geniale di mio padre a formulare il seguente piano d'azione: "Allora, tu alle dieci vai a prendere tua madre alla scuola, la porti in città, la scarichi presso il luogo dell'appuntamento, trovi parcheggio, poi fai il cazzo che ti pare per un'ora. Alle undici passo io e ti raccolgo con la mia macchina. Mi lasci davanti alla banca, cerchi parcheggio con calma e torni da tua madre che finalmente ti riaccompagnerà a casa. Tutto chiaro?". Il mio sguardo perso nel vuoto dipingeva una prateria nordamericana desolata, con tanto di ululato in lontananza e cespuglio trascinato dal vento.Il mattino seguente, verso le nove e mezza, l'agghiacciante telefonata di mia madre: "Cambio di programma. Mi porti in città alle dieci, prendi la mia macchina, giri a vuoto per un'ora, vai a prendere tuo padre alle undici, gli lasci la mia macchina, prendi la sua e torni a casa da solo. Tutto chiaro?". Il mio sguardo aveva assunto l'espressione inebetita di un bambino autistico dinanzi a una parete bianca con un punto nero al centro. "Pronto?... Sei sempre lì?".
Alle dieci mi trovavo davanti alla scuola di mia madre. Esce in orario con tanto di libri sotto braccio: "Cazzissimo, mi ha chiamato tua nonna dicendo che la dimettono dall'ospedale in mattinata. Ulteriore cambio di programma. Mi porti all'appuntamento, trovi parcheggio, ti massacri le palle per un'ora, aspetti tuo padre, andate a prendere tua nonna, lasci la mia macchina a tuo padre, lui viene a prendere me e tu porti a casa tua nonna con la sua macchina. Tutto chiaro?". A quel punto il mio sguardo era paragonabile a quello di un giapponese di Hiroshima dinanzi alle terrificanti devastazioni della bomba atomica.
Accompagno mia madre all'appuntamento, parcheggio, chiacchiero del più e del meno con un senegalese per far trascorrere un'interminabile ora, finché non ricevo l'ennesima telefonata di mio padre: "Ascolta, fai così: mentre io vado a prendere tua madre tu vai all'ospedale, io parcheggio vicino a dove hai parcheggiato la macchina di tua madre, prendo la valigia di tua nonna e ti raggiungo lì. Tutto chiaro?". Respiro affannato e colorito funebre.
Vado all'ospedale. Tempo un'ora e riecco mio padre al telefono: "Sono al parcheggio, ma non so dov'è la macchina di tua madre. Vieni qui, prendiamo la valigia e andiamo insieme all'ospedale".
A quel punto mi sovviene un dubbio atroce: "Ma la mamma che fine ha fatto?".
"Occazzo!"...
Mio padre butta giù il telefono e torna indietro di corsa a raccattare mia madre. Mentre mi reco al parcheggio intravedo me stesso dall'altra parte della strada procedere in direzione opposta. Attendo un'altra mezz'ora buona, poiché mio padre invece che raggiungermi al parcheggio, come da accordi, ha preferito improvvisare e recarsi direttamente all'ospedale dove ha lasciato mia madre. Finalmente ci incontriamo nel parcheggio. Aveva i capelli bianchi, rughe profondissime e persino il bastone della vecchiaia.
"Andiamo a casa...".
"Ma non dobbiamo passare a prendere la nonna?".
"No, la riporta tua madre con la sua macchina".
"E la valigia?".
Segue un drammatico silenzio... poi finalmente: "Prendila tu, gliela porti a piedi e torni. Io non mi muovo di qui!".
Aveva gli occhi vitrei e i nervi a fior di pelle. Porto la valigia all'ospedale, torno al parcheggio, incrocio me stesso sul mio marciapiede, una mia seconda istanza sul marciapiede opposto e una terza che entra in un bar nei pressi dell'ospedale. Raggiungo mio padre al parcheggio che nel frattempo aveva cominciato una mortale partita a scacchi con lo stesso senegalese di prima. Finalmente saliamo in macchina, usciamo da quel maledetto parcheggio e ci dirigiamo verso casa, entrambi di una quindicina d'anni più anziani.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 15:39 | messa a fuoco | commenti (126)
A proposito di vite perpendicolari...

Avevo circa sette anni. Era una normale giornata estiva, una come tante. D'un tratto il cielo si fece nuvoloso e le meduse invasero il mare come un esercito di clandestini alla deriva. Mi armai di paletta e termos dell'acqua per apprestarmi a catturarne quante più possibile prima che tornassero al largo col bel tempo. D'un tratto un ragazzino mi si accostò alle spalle e mi chiese quante ne avessi catturate fino a quel momento. "Sette", risposi. "Tieni, mettici anche le mie in quel termos", disse lui. Le versammo con la dovuta cautela. E mentre eravamo entrambi intenti a trafficare con quegli esseri irritanti e gelatinosi, lo guardai bene: aveva due occhi stupendi e un sorriso vagamente malizioso che oserei quasi definire eccitante. L'idea di essere fisicamente attratto da un maschietto tuttavia mi procurava un certo turbamento interiore, tanto più che il suo modo di fare era vagamente femminile nei gesti e nell'atteggiamento. Cercavo di non pensarci, ma purtroppo ogni volta che sfoderava quel suo irresistibile sorriso non potevo fare altro che incantarmi a guardarlo. La giornata in spiaggia trascorse veloce e quando giunse il momento della ritirata, l'idea che non l'avrei più rivisto mi fece provare una sensazione di opprimente malinconia.Chiusi lo sportello della macchina. Mia madre si apprestava a partire ed io fissavo intensamente le meduse dentro il termos dell'acqua.
- "Mamma, hai presente quel bambino con cui ho giocato per tutto il giorno?"
- "Quale bambino?"
- "Quello con cui ho catturato tutte queste meduse..."
- "Era una bambina!"
- "Un bambina...? Ma aveva i capelli corti..."
- "Era una bambina con i capelli corti."
- "Ah..."
- "Perchè, cosa volevi dirmi?"
- "No, niente..."
D'un tratto urlai con tutte le mie forze. Mia madre frenò bruscamente e, voltandosi verso di me, vide che mi ero rovesciato addosso il termos con tutte le meduse. Che quelle ustioni di sesto grado fossero il giusto contrappasso per aver gioito del fatto di non essere frocio? Ad ogni modo era talmente bella che qualche volta ancora ci penso...

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 15:15 | messa a fuoco | commenti (70)
A proposito di vite perpendicolari...

E poichè qualcuno, nel commentare il precedente post, si è meravigliato del fatto che io avessi un cane e altresì un fratello ho deciso di approfondire tale argomento. Del cane in realtà c'è ben poco da dire: so che le fiamme che lo avvolgono non si sono ancora esaurite e che ora si trova in Norvegia, nel tentativo di sgominare una pericolosa banda di satanisti dediti al Black Metal. Per quanto concerne mio fratello la cosa è un poco più complicata. Tanto per cominciare, come cantava quello, mio fratello è figlio unico. O almeno lo è nell'ambito della mia famiglia, visto che sotto il profilo prettamente biologico non ne fa parte. Lo adottammo quando aveva un anno e mezzo circa. Di quel periodo ricordo poco, se non che spesso e volentieri mi ritrovavo in un orfanotrofio ad imboccare bambini ultrasfigati durante l'ora di pranzo. Uno di loro mi stava particolarmente simpatico: si chiamava Giacomo e venne ritrovato legato al buio nella sua camera da letto. Pare che fosse in quelle condizioni da più di un mese, tanto che quando venne liberato fu condotto d'urgenza in sala operatoria, dove oltre a risolvere tutta una serie di problemi tecnici dovuti alla sua tragica condizione, gli installarono un aggiornamento del programma "Dignità umana 1.0". Ma alla fine non fu lui a divenire mio fratello. Portammo invece a casa Roberto, un marmocchio dotato di pesantissime scarpe ortopediche da battaglia. All'epoca avevo solo sei anni e per me fu come adottare un cucciolo dal canile: lo portavo a spasso e gli davo da mangiare di tanto in tanto. Una volta litigammo, io lo spinsi e lui cadde sbattendo la testa contro una roccia appuntita. Cominciò a perdere sangue e fu allora, proprio mentre lo portavamo al pronto soccorso, che mi accorsi che in fondo sarei anche stato disposto a dare via la mia vita per lui. Di fatto non ho mai avuto un fratello "vero", ma in tutta sincerità non sono mai riuscito a concepire un affetto più grande e profondo di quello che ho sempre provato per lui. Per il resto ci siamo scannati all'inverosimile in più di un'occasione, come nella migliore delle tradizioni familiari. Insomma, non faccio altro che tiranneggiare su ciò che mi appartiene di diritto, come impone il difficile ruolo di un qualunque fratello maggiore che si rispetti. E questo nonostante lui abbia cercato ben più di una volta di uccidere me e i miei genitori.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 20:53 | messa a fuoco | commenti (54)
A proposito di vite perpendicolari...

Anche se so per certo che non nascerai mai, voglio dirtelo lo stesso. Probabilmente a un certo punto della tua vita ti domanderai se sei capitato qui per sbaglio. Lo so perchè me lo sono chiesto tante volte anch'io. Sappi che non esiste una risposta a questa domanda. Qualcuno ti dirà il contrario, ma tu diffida. Diffida sempre da chiunque sostenga di avere una risposta a un qualsiasi quesito di natura spirituale, nessuno ce l'ha. Forse sei davvero capitato qui per sbaglio e in questo caso ti chiedo scusa. Ma che tu sia qui per un lugubre equivoco o no, ormai ci sei e non ti resta altro da fare che andare avanti. Sappi però che una leggera sbronza di tanto in tanto potrebbe aiutarti a vedere il mondo da un'altra prospettiva.Che tu sia bello o brutto, stupido o intelligente, terrestre o alieno non ha alcuna importanza. Troverai sempre qualcuno con qualcosa in più rispetto a te o con qualcosa in meno. L'invidia è per i perdenti. Ricordati che la vita non è una gara, va semplicemente vissuta al meglio delle nostre capacità. Impara a distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è. La radio, la TV e persino le persone che ti circondano cercheranno continuamente di convincerti che anche la più piccola cazzata debba essere per te una necessità. Non è così. Le cose di cui hai realmente bisogno sono molte di meno rispetto a quelle a cui probabilmente sei abituato. Ti ci vorrà un po' di tempo per capire questo, non è facile acquisire la giusta consapevolezza del valore di ciò che ti sta intorno. Tuttavia, qualora non dovessi arrivarci da solo, ricordati della solita leggera sbronza.
Le donne in genere rientrano tra le necessità. Ma è molto importante che prima di tutto tu impari a vivere bene con te stesso. Non fuggire la solitudine, impara a conviverci, assaporala e infine amala. Saper stare da soli ed essere felici è un privilegio che non tutti possono permettersi. Solo dopo aver appreso questo sarai davvero in grado di rendere felice una donna. Per certe cose le donne sono un vero e proprio mistero. E' inutile che ti sforzi di comprenderle, non ci riusciresti nemmeno se avessi un milione di anni a disposizione. Ma non smettere mai di ascoltarle, questo è importante. Purtroppo per quanto concerne le donne non esiste sbronza che possa aiutarti a comprenderle, ma in caso di estrema necessità puoi sempre provare a far ubriacare loro: continuerai a non capirci una mazza, ma almeno se ti va bene rimedi una scopata. Se invece dovessi essere attratto dagli uomini allora temo che dovrai cavartela da solo, non ho alcuna esperienza in merito. L'unica cosa che posso consigliarti è di accettare te stesso per come sei e di diffidare da chiunque cerchi di farti credere che hai qualcosa di sbagliato. Che tu ce l'abbia o no, nessuno ha il diritto di giudicarti.
Ma la cosa più importante è questa: se mai dovessi viaggiare indietro nel tempo, non calpestare niente, perché anche il benché minimo cambiamento potrebbe alterare il futuro in maniera irreversibile. Non scordarlo mai.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 14:56 | messa a fuoco | commenti (81)
A proposito di vite perpendicolari...

Quando ero bambino avevo una gatta che si chiamava Cornelia. Ero molto affezionato a Cornelia, praticamente l'unico gatto che abbia mai amato in vita mia. Spesso si appollaiava sul davanzale della finestra della mia camera da letto ed io facevo scivolare la mano lungo il vetro, come per accarezzarla. Poi, quando mi stancavo, appoggiavo la testa contro il vetro e allora era lei dall'altra parte a far scivolare la zampa come a voler ricambiare il gesto. Vi capita mai di sentirvi in perfetta sintonia con un altro essere vivente che non appartenga alla specie umana? A me no. Mi capitò solo con Cornelia.Cornelia venne abbandonata dai miei genitori non so dove, perchè prolificava troppo e secondo loro spendere dei soldi per far sterilizzare un gatto era una cosa del tutto inutile. Perciò un giorno la caricarono in macchina e la lasciarono da qualche parte, abbastanza lontano affinchè fossero sicuri che non potesse ritrovare la via di casa. Mi dissero che era scappata e per me fu molto triste.
Una sera di parecchi anni dopo, durante una cena a casa dei nostri vicini, nell'atmosfera di sfrenata ilarità che sembrava aver trasformato tutti i commensali in un branco di scimmie circensi, venne fuori la verità. Le comicissime disavventure degne delle migliori performances di Benny Hill che dovette attraversare mio padre nel disperato tentativo di far salire in macchina la povera Cornelia suscitarono grasse risate in platea. Pare che la gatta non ne volesse sapere di lasciarsi afferrare, tanto che dovette intervenire persino il vicino di casa a dare una mano. Fortuna che col suo aiuto l'animale venne braccato e consegnato al suo giusto e ineluttabile destino. Ricordo che in quel momento, mentre guardavo i miei genitori ridere di Cornelia, ho desiderato dal profondo del cuore che in una prossima vita potessero nascere, vivere e crepare come luridi randagi appestati. Ora i gatti mi stanno tutti sul cazzo, ma questa è un'altra storia.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 04:32 | messa a fuoco | commenti (36)
A proposito di vite perpendicolari...

Ogni volta che mi reco al supermarket vicino a casa le due porte scorrevoli dell'ingresso sono brutalmente ostacolate da alcuni corpulenti tizi vestiti decisamente male, la cui occupazione consiste essenzialmente nel raccogliere firme (e relative donazioni) contro la droga. Ora io mi domando: a che cazzo servono le firme contro la droga? Se firmiamo in tanti la droga se ne va a fanculo di sua spontanea iniziativa? O più semplicemente i drogati, vedendo quanta gente disapprova la loro scelta di vita, decidono di redimersi in preda agli spasmi del rimorso? Tra l'altro sono di un'insistenza a dir poco devastante e, qualora tu riesca ad esserlo più di loro, ti mandano irrimediabilmente a cagare con un gestaccio nonappena volti loro le spalle. E' la prassi, fa parte dell'etichetta. Alcuni di loro arrivano anche ad addentarti una caviglia pur di trattenerti un istante di più. E poichè, oltre ad essere molto pressanti, sono pure stronzi e antipatici, ho fatto del rifiuto una questione di principio e dunque, prima ancora che riescano a braccarmi, li anticipo con tutta una serie di scuse degne del più navigato studente ritardatario delle scuole medie:Mi dispiace, ma per principio non firmo mai.
No guarda, io sono completamente favorevole alla droga.
Sono certo che quella penna cesserebbe di scrivere nonappena dovesse finire nelle mie mani.
Non sai che l'HIV si trasmette anche attraverso l'inchiostro?
Ehi, ma in quella bancarella stanno vendendo eroina a metà prezzo!
(Diversivo seguito da repentina fuga).
E così via... Finora sono sempre riuscito ad esimermi dall'apporre quella stramaledetta firma, ma il futuro è incerto e imprevedibile. E come se non bastasse le scuse cominciano a scarseggiare.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 21:48 | messa a fuoco | commenti (65)
A proposito di vite perpendicolari...

Ho sempre provato una sorta di sadico divertimento nel torturare le formiche. Non è che le formiche mi stiano sul cazzo, intendiamoci, è solo che finora non mi è mai capitato di provare pietà per questa particolare categoria di esseri viventi. Forse perchè sono tante, forse perchè sono piccole o forse ancora perchè fanno discretamente schifo sotto il profilo estetico. Come se questo non bastasse, ho sempre avuto un'insana passione per le grandi catastrofi naturali. Ora, non è che io goda delle disgrazie altrui nel momento in cui dovesse verificarsi una catastrofe, sia chiaro. Diciamo, più semplicemente, che talvolta resto affascinato dalle volgari esibizioni di potenza proposte dalla Natura. D'altronde, si sa, la sboroneria della Natura è sotto gli occhi di tutti e non conosce limiti di sorta. Deve sempre stare lì a far vedere quanto è figa, quanto è forte, quanto sa tutto lei. Si fotta la Natura!Ebbene, quando tanti anni fa iniziai a fumare di nascosto, in campagna, lontano dagli occhi di vicini e familiari indiscreti, trovai il modo di sublimare la convergenza di questi due altrimenti inutili elementi peculiari della mia persona. Si trattava sostanzialmente di scrutare attentamente il suolo in cerca di un comunissimo formicaio. Una volta trovato, appoggiavo la cicca ancora accesa sopra l'imboccatura, in modo tale da ostruirne l'ingresso. Per le formiche questa rappresentava senza ombra di dubbio una sorta di catastrofe più o meno naturale. A quel punto stavo lì, chinato, ad osservare le loro reazioni. La prima fase era sempre l'agitazione. Si innervosivano muovendosi all'impazzata nei pressi dell'elemento estraneo. Poi si susseguivano numerosi tentativi di avvicinamento al fuoco. Molte di loro bruciavano contorcendosi su sè stesse come fossero stati tanti pop-corn che cuocevano al contrario. Poi finalmente si riunivano tutte sotto il filtro della sigaretta e cominciavano a spingere. A quel punto solitamente ponevo fine alle loro sofferenze con la scusa di spegnere la cicca sotto la suola della scarpa. Era sleale, me ne rendo conto, ma pensavo che tanto prima o poi di qualcosa avrebbero pur dovuto morire. L'unico mio fondato timore era che, incazzandosi, si unissero l'una all'altra fino a formare un'unica gigantesca formica divoratrice di uomini. A mio cugino è successo durante un viaggio in Madagascar. Fortuna che un noto e stimato stregone del luogo l'ha riportato in vita prima che fosse troppo tardi, tramite un oscuro rito di natura voodoo.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 02:44 | messa a fuoco | commenti (55)
A proposito di vite perpendicolari...

La prima volta che sono andato al circo mi sono annoiato a morte nel vano tentativo di comprendere cosa ci fosse di realmente divertente nell'assistere ad uno spettacolo in cui un gruppo di sfigati, truccati in maniera a dir poco vergognosa, si prendevano ripetutamente a calci nel culo e a martellate sulla testa. Perchè solitamente più di questo non fanno. Ricordate il nipote di Benny Hill? Quel personaggio comico interpretato da Francesco Paolantoni in una delle tante trasmissioni domenicali condotte dalla Gialappa's band? Ecco, quel personaggio incarnava alla perfezione lo stato d'animo di un comune pagliaccio da circo. Per non parlare poi dei nani. Che c'è di più triste dell'osservare un mezzo uomo che si prostituisce esponendo i suoi mali al pubblico ludibrio? No, davvero, come si fa a ridere di una cosa del genere? Non lo capirò mai. Si, ok, ci sono le tigri, gli elefanti e tutti quegli altri animali ammaestrati che tuttavia solitamente non fanno altro che saltare attraverso un cerchio di fuoco. Epperò basta con quel fottutissimo cerchio di fuoco! Il cerchio di fuoco ha davvero rotto le palle! Abbiamo capito che le tigri sanno saltare in mezzo a quel cazzo di cerchio, non potete riproporlo ogni singola volta. E non dimentichiamo le scimmie. Mi domando se possa esistere al mondo un animale più brutto. No, seriamente, le scimmie fanno schifo, non ne sopporto neppure la vista. Eppure al circo ce n'è sempre una che indossa un qualche vestitino buffo, tale da farla sembrare un essere umano orribile e deforme. A conti fatti, l'unica cosa che in qualche modo mi ha sempre attratto di un circo sono le strafighe in uniformi succinte che stanno all'ingresso a prendere i biglietti. Da bambino mi affascinava l'idea di passar loro accanto e di notare come la mia testa non riuscisse a raggiungere i loro fianchi in altezza. Credo che queste affascinanti creature abbiano contribuito in maniera determinante ad alimentare la mia insana passione per le gambe. D'altronde, che volete farci, ero troppo basso per poter dedicare la giusta attenzione alle vertiginose scollature...

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 03:41 | messa a fuoco | commenti (38)
A proposito di vite perpendicolari...

Sono stato a lungo indeciso se postare o meno questo nuovo argomento. In effetti è un qualcosa di particolarmente intimo, che se da un lato avrei desiderato custodire nei meandri del mio disco rigido, dall'altro mi dispiaceva lasciar morire così. Sprattutto visto e considerato che, oltre ad averci speso comunque due ore buone della mia scorsa nottata, non avrei la più pallida idea di cos'altro scrivere in alternativa. Confido naturalmente nel fatto che la maggior parte di voi si lasci scoraggiare dall'eccessiva lunghezza del post. A tutti gli altri invece parlerò di Elena. Elena è stata la prima ragazza di cui mi sia innamorato. Si dice che il primo amore non si scordi mai e, anche se non posso affermare con certezza che questo sia vero, sta di fatto che io, nonostante sia trascorso tanto tempo da allora, non l'ho mai dimenticata. Ora, non aspettatevi un racconto dolce, triste o appassionato, perché in verità tra me e lei non ci fu mai niente di niente. Elena fu più che altro una sorta di metafora, un sogno irraggiungibile che per un solo istante ha preso forma, si è quasi materializzato, per poi dissolversi nel nulla come neve al sole. Eppure il solo fatto di essere stato parte dei suoi pensieri, non importa in che modo, ha illuminato la mia vita. Elena è il ricordo più bello che possiedo della mia intera infanzia.Avete presente quei filmetti americani anni '80 dedicati all'universo dei teenagers? Quelli in cui quando la bella di turno sfila davanti agli occhi del protagonista sfigato la realtà scorre al rallentatore e tutto, eccetto lei, diviene sfocato e insignificante? Ebbene, la prima volta che vidi Elena le cose andarono esattamente in quel modo. Avevo cinque anni e ricordo che stavo giocando con alcuni miei amici nei pressi del parco giochi vicino a casa mia, quando d'un tratto vidi tre ragazze camminare sul ciglio della strada. Una di queste era Elena ed io rimasi immobile a fissarla, completamente inebetito dalla sua bellezza. Le voci dei miei compagni si fecero immediatamente lontane, come se all'improvviso mi fossi ritrovato rinchiuso all'interno di un immenso acquario dal quale riuscivo a vedere solamente lei. Aveva i capelli lisci, lunghissimi e neri come la notte; due occhi azzurri, profondi e malinconici; e tra le altre cose aveva anche il sorriso più dolce del mondo. Lei non mi degnò neppure di uno sguardo, ma io in seguito a quella visione non riuscii a dormire per un'intera settimana. Era la cosa più bella che avessi mai visto nell'arco di cinque lunghi anni di vita, che allora mi sembravano essere una vera e propria eternità.
Per molto tempo non seppi più nulla di lei, sebbene ogni domenica tornassi a giocare nei pressi di quella strada, con la recondita speranza di poterla rivedere. Ma non accadde e quindi col tempo mi dimenticai di lei. All'età di sei anni cominciai ad andare a scuola e conobbi nuove persone, tra cui Federica. Federica non era il soprannome che diedi alla mia mano o almeno non ancora. Era invece una mia compagna di classe alla quale ben presto mi appassionai. Passione che si trascinò intatta per circa cinque anni, fino a metà della quinta elementare, prima che mi infatuassi di Silvia. Se ci pensate bene, cinque anni di scuola all'insegna dell'attrazione affettiva per un'unica ragazza non possono dirsi pochi, considerata la tenera età. Ad ogni modo quando cominciai ad andare a scuola ebbi modo di rivedere anche Elena. Elena era più grande di me di quasi un anno e faceva già la seconda. Non mi capitava molto spesso di vederla per una semplice questione di turni, ma ogni volta che capitava era esattamente come la prima volta, restavo letteralmente incantato. Era come se una vecchia fattucchiera mi avesse fatto bere un filtro magico dagli effetti del quale, pur con tutta la buona volontà, non riuscivo a sottrarmi. Di tanto in tanto la vedevo apparire come fosse uno fantasma e allo stesso modo scompariva per mesi. Intendiamoci, a chiunque mi avesse chiesto se mi piaceva qualcuno io avrei sempre e comunque risposto Federica, perchè in fondo Elena era una cosa a parte, una specie di fantasia, uno spettro appunto.
Poi furono le scuole medie. Alle scuole medie ci capitarono i medesimi turni e, sebbene per ovvie ragioni non fossimo nella stessa classe, ebbi comunque modo di vederla tutti i giorni. Ma non osai mai avvicinarla per un motivo molto semplice: i fottuti teppisti creati appositamente da Dio per rendere la mia infanzia terribilmente invivibile erano quasi tutti nella sua stessa classe e mai mi sarei potuto avvicinare a lei senza correre il rischio di un pestaggio di massa o, per bene che potesse andare, di una pubblica presa per il culo. Ma un giorno fu lei a rivolgermi la parola. Mi trovavo nell'aula di educazione fisica e stavo tranquillamente seduto con la schiena appoggiata al muro dopo aver terminato gli esercizi che mi erano stati assegnati. Lei si sedette accanto a me e per qualche minuto rimanemmo in silenzio ad attendere che anche gli altri compagni finissero i loro di esercizi. Non ricordo di preciso che cosa mi disse per rompere il ghiaccio, ma in breve cominciammo a parlare del più e del meno. Poi, non so come, a un certo punto giunse la fatidica domanda: "C'è qualche tua compagna che ti piace?". Io la guardai. Già il fatto di poter ascoltare la sua voce così dolce e così femminile rischiava di provocarmi un arresto cardiaco immediato, ma vederla... guardarla negli occhi per me era davvero troppo, dopo tutto questo tempo non riuscivo ancora a capacitarmi di quanto fosse meravigliosa. Non era umanamente possibile che una semplice ragazzina lo fosse così tanto. Risposi alla sua domanda con un cenno affermativo del capo. Credo che lei abbia percepito qualcosa di strano nel mio sguardo, perché subito si affettò ad abbassare la testa timidamente. Poi senza guardarmi aggiunse: "E ti va di dirmi chi è?". Le risposi che mi andava. In quel momento però, poco prima che riuscissi a parlare, l'irritante fischietto dell'insegnante ruppe la magia del momento, riportandomi bruscamente alla realtà. Dovevo completare l'ultima parte dell'esercizio e così, dopo essermi alzato svogliatamente, mi incamminai verso il centro della palestra. Dopo quattro o cinque passi però mi voltai nuovamente verso di lei e le dissi: "Ne parliamo più tardi, ok?". Lei fece cenno di si ed io andai a fare l'esercizio.
Quello stesso giorno, nell'ora della ricreazione, la vidi camminare da sola lungo corridoio della scuola. Mi avvicinai e lei capì subito che volevo terminare il discorso che avevamo cominciato giusto qualche ora prima. Venne verso di me e, con fare disinvolto, mi domandò: "Allora? Chi è questa ragazza?". Io la osservai per un attimo prima di rispondere. Non sono mai stato molto coraggioso e disinibito in queste circostanze, ma in quel momento l'idea che lei non venisse mai a sapere quel che provavo mi faceva stare davvero male. "Sei tu... mi sei sempre piaciuta..." Lei si irrigidì all'improvviso. Continuava a fissarmi insistentemente senza riuscire a dire nulla. Aveva quello sguardo così profondo e malinconico che la mia mente aveva impresso fin dalla prima volta in cui la vidi. In quell'istante non ebbi la forza di aggiungere altro. Indietreggiai lentamente in mezzo alla gente che mi passava accanto con indifferenza e noncuranza. Mi fissava ancora. Poco prima che la folla si frapponesse fra me e lei e la perdessi definitivamente di vista aggiunsi: "Dico davvero...". Lei non rispose. A quel punto non mi rimase altro da fare che voltarmi ed andarmene via.
La mattina seguente, prima che cominciasse la lezione stavo seduto di fronte al mio banco, scarabocchiando qualcosa su un foglietto di carta. Vidi entrare un'amica di Elena che, restando immobile nell'ingresso dell'aula, si guardò intorno finché i nostri sguardi non si incrociarono. Allora venne verso di me e si sedette accanto. Volle sapere esattamente tutto quello che era successo il giorno prima con Elena ed io glielo raccontai. Infine mi disse: "Tutta la scuola sa che ti piace Silvia. Lo sa anche Elena". Mi voltai verso Silvia e poi di nuovo verso l'amica di Elena. "Già... Silvia è una bella ragazza, ma non ha nulla a che vedere con quello che ho sempre provato per Elena". Mi accorsi che l'amica cercava di capire dalle mie parole o dal mio sguardo se stessi dicendo la verità o se invece stessi spudoratamente mentendo. Evidentemente si convinse che ero sincero, perché a un certo punto aggiunse: "Anche tu le piaci da tanto tempo, me l'ha detto lei ieri sera". Fu come un fulmine a ciel sereno. Mai e poi mai avrei potuto immaginare una cosa del genere. Io, uno sfigato qualunque che ogni giorno, al termine delle lezioni, doveva ingegnarsi per riuscire a tornare a casa sano e salvo evitando di essere massacrato dai teppistelli della scuola, vivevo nei pensieri della ragazza più bella che avesse mai messo piede su questo pianeta. Riuscite a capire cosa poteva significare questo per me? Ma l'amica aggiunse ancora una cosa: "Senti, conosco Elena praticamente da sempre. E' la ragazza più timida ed insicura che io conosca e sono certa che non troverà mai il coraggio di parlarti. Però domenica prossima saremo nei pressi del campo sportivo. Io farò in modo che rimanga da sola per un attimo, ma tu devi levarle dalla testa l'idea che ti piaccia Silvia, siamo intesi?". Detto questo se ne andò, senza neppure darmi il tempo di rispondere.
Trascorsi il resto della settimana pensando a cosa avrei potuto dire ad Elena, senza mai di fatto giungere a nulla di concreto. Ogni notte lasciavo volare libera la fantasia ed immaginavo a come sarebbe potuto essere stare con lei: poter camminare mano nella mano, poterla baciare... nulla di particolarmente eccessivo, insomma, non è che avessi grandi pretese a quell'età. Certo, restava il problema dei suoi amici, ma voi al mio posto non avreste almeno tentato?
Domenica andai al campo sportivo ed attesi il suo arrivo. Come ogni fine settimana tutti i ragazzi che conoscevo si radunavano lì, perciò la zona era molto affollata. Dopo qualche minuto giunse anche Elena con le sue amiche. Io mi avvicinai e loro si allontanarono, lasciandola da sola con me. Provai a parlarle ma, com'era prevedibile, non mi rispose. Si limitò ad ascoltare quello che avevo da dire, senza nemmeno avere il coraggio di guardarmi negli occhi. Arrossiva e piegava timidamente la testa per fuggire dal mio sguardo. Dopo pochi minuti i suoi amici, avendo notato la situazione, mi circondarono e cominciarono a deridermi. A quel punto dovetti necessariamente distogliere le mie attenzioni da Elena e concentrarmi invece sugli altri. Due battute del cazzo, qualche spinta ed io ero a terra. Qualcuno doveva aver detto loro che i sentimenti che provavo per Elena erano ricambiati, dal momento che si misero a fare battute di cattivo gusto su tutta la faccenda. Li guardai con odio profondo e risposi con massicce dosi di astio a tutte le loro insinuazioni. Ci fu poi uno scambio di insulti, finché il più grosso della comitiva non mi spinse contro la mia bicicletta, buttandomi di nuovo a terra insieme ad essa. Mi feci parecchio male tra l'altro, ma non fu niente in confronto all'amara consapevolezza che Elena avesse assistito a tutta quella scena. Avrei voluto reagire in qualche modo, ma di fronte a dieci persone pronte a menarmi non avevo nessuna speranza di risolvere quella situazione a mio vantaggio. Così raccolsi la bicicletta e fui costretto ad andar via.
In quel momento Elena rappresentava davvero tutto ciò che potevo sentimentalmente desiderare dalla vita, ma ormai avevo capito che non avrei mai potuto stare insieme a lei.
Trascorsero circa due settimane. Una mattina decisi di uscire e di incamminarmi verso casa di Elena. Giunto di fronte al cancello del giardino, mi feci coraggio e suonai il campanello. Fu proprio lei ad aprirmi. Non rimase sorpresa nel vedermi e anzi mi venne subito incontro. Continuava a guardarmi in quel modo irresistibile e per un attimo temetti di non riuscire a proferire una sola parola. Ma poi feci un lungo sospiro e finalmente parlai. Le dissi ancora quanto per me fosse bella e che, nonostante tutto quello che era successo l'ultima volta, mi dispiaceva davvero tanto dover fare quello che stavo per fare. Le dissi che non l'avrei cercata mai più e che non mi sarei più fatto vedere. Poi presi dalla tasca un braccialetto su cui era inciso il mio nome e glielo diedi. Lei lo prese in mano e lo guardò. Le mostrai che al polso ne portavo uno uguale col suo nome scritto sopra e che mi sarebbe piaciuto che lei tenesse con sè quello che le stavo dando. Non era importante che lo indossasse, voleva essere solamente un ricordo di tutto ciò che non c'era mai stato. Lei fece un cenno con il capo ed io la salutai. Prima di perderla definitivamente di vista mi voltai un'ultima volta e la vidi rientrare in casa mentre ancora guardava il braccialetto. Non so cosa ne fece, ma in tutta sincerità non me lo sono neppure mai domandato. Dal canto mio indossai quel braccialetto per tanto tempo, senza mai levarlo, fino a consumarlo completamente. Quando ormai il suo nome divenne quasi illeggibile decisi finalmente di riporlo in un cassetto. Di Elena non seppi praticamente più nulla, ma tutte le sensazioni che avevo sempre provato anche solo nel vederla fanno ancora oggi parte di me. Sono state le prime e sono state speciali. Da parte sua non ebbi mai nulla, ma in fondo non ha alcuna importanza. Elena era come uno spettro, una sorta di metafora, un sogno irraggiungibile che per un solo istante ha preso forma, si è quasi materializzato, per poi dissolversi nuovamente nel nulla. Eppure in qualche modo mi diede forza e, nonostante tutto, mi fece sentire importante.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 18:29 | messa a fuoco | commenti (24)
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