FILE #00040 - sabato, 29 agosto 2009

KiLL dEEPDoveva essere notte, ma era giorno. Di tanto in tanto i sogni regalano ancora qualche soddisfazione. E non sto parlando dei desideri e delle speranze che si avverano, ma proprio delle immagini che il cervello rielabora durante le ore notturne. Sei ragazze. Con la prima sono stato in una casa a me sconosciuta, dove abbiamo trascorso una splendida giornata all'insegna dei ricordi e dei piccoli gesti. La seconda mi è venuta a prendere con la macchina per riportarmi a casa. E' stato un viaggio emozionante, che mi ha permesso di lenire i rimpianti che evidentemente custodisco ancora nei suoi confronti. La terza mi stava aspettando dentro casa. E' una ragazza che non conosco bene, in realtà ci siam visti una volta sola, ma in quella mia dimensione onirica è stata dolce e piena di attenzioni, come un'amica di lunga data. Di solito, arrivati a questo punto (e anzi, molto prima di arrivare a questo punto), i miei sogni tendono a tramutarsi in qualcosa di grottesco, tipo che interviene un cane parlante a divorare tutto o che un robot con lame al posto delle braccia cerca di tagliarmi la testa di netto. Lasciata la terza ragazza in salotto, invece, salgo fino all'ultimo piano di quella che improvvisamente si era trasformata in una casa tetra e buia. In cima alla rampa di scale mi si para davanti una porta di legno massiccio, dalla quale sembra non provenire alcun rumore. Eppure attraverso lo spiraglio di sotto si intravede una luce molto forte che illumina gli ultimi centimetri di corridoio. Abbasso lentamente la maniglia ed apro quella porta con un pizzico di esitazione. Le tre ragazze di prima, insieme ad altre tre che pure conosco, giocano alla lotta con i cuscini, tra sottili grida e risatine ammiccanti. Come in una sequenza da manuale, si muovono al rallentatore, avvolte da una luce calda e con indosso soltanto baby doll e mutandine bianche. Poi ci fu la dissolvenza e infine il dolce risveglio.
Sapete cosa penso? Ho come la sensazione che questo sogno raffigurasse la mia morte, con tanto di ascesa al Paradiso. E' probabile che questo sia davvero un buon giorno per morire. Quello che voglio dire è che se da domani non sentirete più parlare di me, saprete in cuor vostro che sto bene e che sarò felice per l'eternità. O magari no, nella peggiore delle ipotesi il mio spirito tornerà a perseguitarvi. Non faticherete a riconoscerlo, sarà quello senza testa e con un cane parlante al guinzaglio.




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A proposito di incubi e succubi...


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FILE #00039 - mercoledì, 19 agosto 2009

KiLL dEEPOggi sono andato a fare la spesa e ho comprato un po' di quelle cose che mangio soltanto io. Mentre uscivo dal supermercato ho pensato di acquistare anche un pacchetto di sigarette. A casa tengo comunque una scorta di sei o sette pacchetti, non si sa mai che un giorno il mondo venisse invaso dagli zombi ed io mi ritrovassi barricato in camera senza qualcosa da fumare. Cibo e acqua possono scarseggiare, non m'importa, ma le sigarette devono esserci. Più tardi, dopo essere tornato a casa ed aver scritto le solite puttanate su Facebook, sono andato a fumare e ho sfilato l'ultima sigaretta dal pacchetto che avevo in tasca. L'ultima, capite? Significa che dovevo immediatamente prenderne uno nuovo dal cassetto. No, perché se getto via il pacchetto vuoto senza sostituirlo immediatamente, quando la voglia di fumare si ripresenta, trascorro due ore a cercare un pacchetto inesistente, convinto di averlo dimenticato chissà dove. E insomma è stato allora che mi son ricordato di aver portato dentro casa la spesa, senza le sigarette acquistate. E poiché ero sicuro di averle comprate, il primo impulso è stato quello di tornare in macchina nella speranza di trovarle lì. Non mi sono neppure messo un paio di pantaloni. Sono uscito in boxer, tanto a quell'ora la zona in cui vivo è assolutamente deserta. Talvolta trovi una coppia di passanti che passeggia, ma poco importa... Ho aperto lo sportello della macchina e, dopo aver acceso la lucetta in alto, ho cominciato a cercare. Niente. Nessuna traccia delle sigarette. A quel punto ho provato a ricostruire nella mia testa la dinamica degli eventi e mi sono reso conto di non aver comprato alcun pacchetto. Cioè, stavo per farlo, ma non avendo quattro euro in cambio ho preferito rimandare l'acquisto. Così, mentre risalivo il vialetto di casa, ho cominciato a pensare a tutte quelle volte in cui ho solo pensato di fare qualcosa, senza poi farla davvero; e a tutte quelle volte in cui avrei voluto dire qualcosa, senza che nulla scaturisse dalla mia bocca. E niente, mi sono reso conto che se la mia vita è un mezzo disastro è anche per colpa di questo. Non solo per le cose non dette o non fatte, ma anche e soprattutto per le cose dette e fatte senza averle davvero mai pensate. Quelle sono le peggiori. O forse no, forse le peggiori sono quelle dette e fatte con consapevolezza, che poi si rivelano irrimediabilmente sbagliate. Forse quella volta avrei dovuto svoltare a destra anziché a sinistra; forse avrei dovuto dire qualcosa di intelligente al momento giusto; forse non avrei dovuto borseggiare quella vecchietta; forse sarei dovuto nascere appena un minuto più tardi e allora sarei stato una persona completamente diversa. Sta di fatto che se avessi comprato quel dannato pacchetto di sigarette ora mi sentirei un po' meno depresso. E poi parlano tanto male del fumo...




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A proposito di vite perpendicolari...


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FILE #00038 - domenica, 19 luglio 2009

KiLL dEEPD'accordo, non so cucinare! Di solito la risposta che ricevo è questa: "Vabbeh, ma saprai farti almeno un paio di uova al tegamino, no?". Ebbene no, la mia predisposizione alla cottura è seconda solo al mio famigerato senso dell'orientamento. E, tanto per farvi capire, vi dico che una volta, mentre andavo a prendere l'autobus nella mia città, mi sono fermato a guardare due vetrine, per poi riprendere a camminare esattamente nella direzione da cui venivo, ossia verso casa. Ma siccome, nonostante le discrete figure di merda che riempiono le mie giornate, non sono un tipo che si arrende, ho deciso di espandere i miei orizzonti al di là dell'insalata rigorosamente scondita di cui peraltro vado molto orgoglioso. Presa consapevolezza del fatto che non guadagnerò mai abbastanza da potermi permettere una cuoca e/o una moglie che cucini per me, stamattina ho provato a fare il pane. Purtroppo l'unica persona disponibile a darmi ripetizioni culinarie è stata mia madre. Mia madre ha sostanzialmente due grossi difetti: 1) E' mia madre; 2) E' un'insegnante. Il che comporta un incremento considerevole dei "consigli e suggerimenti per far bene le cose". Tant'è che dopo 27.000 cenni preliminari, con fuoriuscita di schiuma bianca dalla bocca per avvelenamento logorroico, non avevo ancora tirato fuori la farina dalla dispensa. L'esperienza mi ha portato ad apprendere anche un'altra inconfutabile verità: sono completamente privo di qualsiasi senso della misura e delle proporzioni. Perciò ogni volta che mia madre diceva "Beh, di questo te ne rendi conto anche a occhio", ero vittima di violenti crampi allo stomaco.
Al termine dell'impresa la situazione era grosso modo questa: un tizio sporco di farina dalla testa ai piedi, con una presina in mano e un elmetto della seconda guerra mondiale piegato sulla testa; un forno mezzo aperto e fumante sostanze radioattive in totale violazione delle leggi sull'inquinamento atmosferico; un avvoltoio delle Ande minacciosamente appollaiato sul tavolo della cucina. A quel punto mia madre, un po' per disperazione e un po' per compassione, ha deciso di lasciarmi andare con la promessa che avrebbe sistemato lei. Ma non prima di un'ultima perla di saggezza casalinga: "Dopo averlo usato, ti consiglio di tenere aperto lo sportello del forno per qualche minuto, così si raffretta più in freddo". Il che mi ha dato da pensare...




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A proposito di esperimenti casalinghi...


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FILE #00037 - mercoledì, 20 maggio 2009

KiLL dEEPNon ricordo quanti anni sono passati da allora, ma ero abbastanza piccolo da credere che se avessi lasciato la mano di mia madre anche per un solo istante mi sarei perso per sempre. D'altro canto neppure lei lasciava mai la mia, soprattutto quando si andava a far compere al mercato. All'epoca il mercato di S. Benedetto appariva ai miei occhi come la più grande fiera del commercio internazionale. In realtà si tratta di un mercato cittadino di modeste dimensioni, ma lo capii soltanto qualche anno più tardi. La confusione tuttavia era notevole. Si stava stretti come sardine in un enorme edificio, tra gli spintoni e le urla della gente che contrattava sul prezzi. I commercianti avevano tutti le fattezze dei più acerrimi nemici di Ken il guerriero ed io ero sicuro che, se mai fossi caduto nelle loro grinfie, mi sarei ritrovato disteso sopra uno di quei banconi, con un limone in bocca e il cartellino del prezzo piantato sul petto. Ma oltre a questo c'erano altri due motivi per cui non amavo far compere in quel girone infernale: il primo riguardava il timore che uno di quei barbari, nella foga di una contrattazione particolarmente accesa, lanciasse uno dei suoi fedeli coltelli da cacciatore di taglie australiano contro di me o contro mia madre; il secondo era l'inevitabile distacco fisico dalla genitrice nel momento in cui questa si apprestava a tirar fuori i soldi dalla borsa al termine della compravendita. E infatti fu soltanto un attimo. Lasciai andare la sua mano e mi persi nella ressa. A nulla sarebbe servito gridare "mamma". La speranza che la mia voce potesse essere udita in mezzo alle grida della folla morì ancor prima di nascere. Tentai allora di aggirare un signore che, presumibilmente si era frapposto tra me e mia madre, ma subito mi si parò davanti il culo più grande che avessi mai visto: una sorta di massa informe e molliccia con due grosse buste della spesa accanto. Di mia madre comunque neppure l'ombra.
Ci fu un istante di panico con conseguente fuoriuscita di lacrime, ma poi giunse immediatamente l'illuminazione: se solo fossi riuscito ad uscire da quella bolgia, avrei saputo come raggiungere la macchina. Stranamente ricordavo il punto esatto in cui l'avevamo parcheggiata. Perciò, se anche l'abbandono fosse stato intenzionale, cosa che ovviamente nel panico della situazione arrivai a pensare, era impossibile che mia madre decidesse di lasciarsi alle spalle il solo ed unico mezzo di trasporto di cui disponesse. Feci il giro del mercato per tre o quattro volte prima di imboccare l'uscita giusta. Intorno a me vedevo solo gambe che si muovevano in tutte le direzioni e mi sentivo un po' come il protagonista sfigato di un videogioco.
Uscito dal mercato mi incamminai verso il parcheggio. Ed era lì, la mia macchina. Verde come la ricordavo e splendente come un ippopotamo che riemerge da un lago di fango. Ovviamente non possedevo le chiavi, perciò prevedevo di restare incollato allo sportello finché mia madre non fosse tornata. Come nella migliore delle avverse tradizioni, cominciò anche a piovere. Ma comunque non mi sarei mosso in cerca di un riparo nemmeno per il cazzo. E così rimasi lì, fradicio e depresso, appoggiato allo sportello della macchina. D'un tratto udii una voce: "Ehi bambino, cosa ci fai tutto solo sotto la piaggia?". Sollevai lo sguardo e vidi una ragazza sulla trentina. "Ero al mercato con mia mamma e mi sono perso", risposi. "Vieni, sali nella mia macchina, possiamo aspettarla insieme". La vettura della ragazza si trovava esattamente accanto a quella di mia madre, dunque sarebbe stato per me un riparo ideale.
Così come mi era stato impartito più volte durante il mio percorso educativo, mi ricordai di attivare il sensore adibito al rilevamento di situazioni potenzialmente pericolose. Avevo tutti gli elementi, incolonnati davanti agli occhi a mo' di terminator: grande città; parcheggio di un infimo mercato; sconosciuto che con fare suadente invita un bambino drasticamente vulnerabile a salire nella sua macchina. Risultato dell'elaborazione: nessun pericolo incombente! E fu così che la gentile donzella mi caricò in macchina.
Era una ragazza molto dolce e parlammo a lungo. In particolare mi colpì un cavalluccio marino essiccato che teneva appeso allo specchietto retrovisore. Non ne avevo mai visto uno e così mi feci raccontare tutto ciò che sapeva sull'argomento. Mi disse che le era stato regalato da un amico, che sono animali marini e che addirittura si muovono a ritroso. Aveva una bella voce e mi piaceva molto sentirla parlare. Dopo circa venti minuti smise di piovere e le dissi che se voleva poteva tranquillamente tornare a casa, dal momento che io avrei potuto attendere fuori. Invece decise di restare con me finché mia madre non tornò al parcheggio, scortata da un poliziotto e in preda alla disperazione. Io d'altro canto mi sentivo rilassato e in pace con il mondo. Così mia madre ringraziò la ragazza in tutte le lingue, anche quelle morte, ed io mi diressi verso la 126 verde. Prima che potessi avere il tempo di aprire lo sportello però la ragazza mi richiamò indietro. Mi avvicinai nuovamente a lei e sorridendo mi disse: "Tieni, ho una cosa per te". Allungò una mano e mi regalò il cavalluccio marino di cui tanto avevamo parlato. Io la abbracciai per ringraziarla, le diedi un bacio sulla guancia e scappai verso la macchina. Per tutto il viaggio mia madre mi parlò di quanto si fosse spaventata nel non vedermi, di quanto fossi stato imprudente nel dare retta ad uno sconosciuto e tante altre cose di cui non conservo memoria. Io però non l'ascoltavo e continuavo a giocherellare col cavalluccio marino, dimenticando l'angosciante disavventura di quella mattina.




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FILE #00036 - sabato, 11 ottobre 2008

KiLL dEEPRicordo il primo giorno di liceo come fosse ieri. Vidi passare la ragazza più brutta dell'intero istituto. Non perché fosse effettivamente un cesso, ma perché le proporzioni di ogni singola parte del suo corpo erano completamente sbagliate. Appena dieci minuti dopo scoprii che era stata assegnata alla mia classe. Può sembrare un dettaglio futile, ma i propositi di gettarmi alle spalle le sfighe del passato si erano infranti ancor prima che cominciassero le lezioni. Da quel momento in poi fu una progressiva ed inesorabile discesa negli abissi infernali della depressione. Quello che sarebbe dovuto essere il mio migliore amico durante i difficili anni di questa nuova esperienza scolastica cominciò a starmi sul culo fin dal primo giorno. Odiavo tutti i miei insegnanti e loro cordialmente ricambiavano il sentimento. La mia casa divenne inagibile per mesi, causa ristrutturazione di non so che cazzo. Mio padre s'era fatto l'amante, mia madre era isterica più di quanto non già fosse in condizioni normali ed io, per la prima volta, mi resi conto di cosa significasse sentirsi davvero soli. Quello fu anche l'ultimo anno in cui mi dedicai ad attività sportive. Vuoi perché di lì a poco il liceo mi avrebbe succhiato l'anima per cinque lunghissimi anni, vuoi per la recente dedizione ai piaceri del fumo e dell'alcool come soluzione definitiva ai miei problemi adolescenziali. Ad ogni modo, mentre la mia esistenza andava a rotoli, decisi di dedicarmi al tennis per due sere a settimana. Intendiamoci, non me n'è mai fottuto un cazzo del tennis, così come di tutti gli altri sport che, fin da quando ero piccolo, ho praticato nel corso degli anni. Eppure in quel momento rappresentava un'ancora di salvezza. Ma non l'attività in sé. La salvezza vera e propria per me era l'andare a fare tennis. Si, perché il percorso che separava la villa di mia nonna (presso la quale stavo accampato a mo' di profugo) dal centro sportivo era tutto in discesa. Ed io avevo elaborato un rituale ben preciso: aprivo il cassetto del comodino e tiravo fuori il mio fedele walkman, con tanto di cuffie vecchia maniera. So che oggi potrebbe far ridere, ma all'epoca era un aggeggio davvero cool, dovete credermi. Da una manciata di cinque o sei musicassette accuratamente selezionate sceglievo quella che mi avrebbe accompagnato durante la mia breve fuga dal mondo. Salivo sulla mountain bike e faticosamente cominciavo a pedalare in direzione opposta ai campi da tennis. A questo punto vi starete giustamente domandando: perché in direzione opposta? Perché quella succulenta discesa dovevo godermela tutta. E così, raggiunto il punto più alto della collina, giravo la bici in direzione dei campi da tennis e mi fermavo per qualche istante a contemplare il panorama che mi si parava dinanzi. Una mano stringeva il manubrio e l'altra restava appoggiata sul tasto Play del walkman. Nel momento in cui cominciava la musica sferravo la prima pedalata. Ne sarebbe bastata una sola per giungere a destinazione, poiché la ripida discesa avrebbe fatto il resto. Ma tanto più forte sarei stato capace di andare, tanto più il vento avrebbe spazzato via tutte le mie frustrazioni. La prima curva era talmente stretta che da piccolo finivo sempre per schiantarmi contro la recinzione della casa di fronte. Ma ormai ero cresciuto e potevo permettermi di farla tutta senza neppure rallentare. Velocità da motociclista, vento tra i capelli, moscerini negli occhi, rock n' roll a tutto volume ed ecco che mi sentivo il padrone del mondo. Non c'era niente che potesse fermarmi. Se un tir mi fosse venuto contro si sarebbe accartocciato su sé stesso ed io ne sarei uscito incolume. Il tempo di una sola canzone e avevo già raggiunto il centro sportivo, in cui potevo finalmente dar sfogo a tutta l'adrenalina raccolta durante il viaggio. Ogni volta che colpivo quella palla immaginavo ci fosse disegnata la faccia di uno dei miei insegnanti del liceo, il mio compagno di classe, mio padre, mia madre e persino quella povera ragazza che non ha mai saputo quanto la trovassi orrenda. Il viaggio di ritorno sarebbe stato tutto in salita, una fatica disumana e tremenda che la vita prima o poi ti restituisce. Ma lì per lì preferivo non pensarci.



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FILE #00035 - giovedì, 11 settembre 2008

KiLL dEEPL'altra mattina, dopo una lunga notte trascorsa in spiaggia all'insegna della più dissoluta depravazione, mi son ritrovato a dover raggiungere la macchina, abbandonata in un punto non meglio definito della mia città, che per comodità chiameremo punto G. Ma subito mi viene da domandarvi: avete mai provato ad attraversare una qualsiasi città in fibrillazione per la visita del Papa? Erano appena le sei e mezza del mattino, ma sembrava di essere a Tokyo durante l'ora di punta. C'erano suore bianche, suore nere, scout di tutta la galassia con i loro fazzoletti colorati allacciati al collo, gruppi religiosi di ogni nazionalità, semplici turisti con mappe, morti viventi e pirati dei Caraibi. E ovviamente la polizia. Polizia ovunque. Polizia in mezzo alle strade, polizia nelle piazze, polizia ai posti di blocco, polizia nei cassonetti della spazzatura, polizia nelle edicole, nei bar, nelle gioiellerie e persino nascosta nel taschino delle divise di altri poliziotti. Inutile dire che la mia macchina si trovava esattamente in prossimità del punto cittadino più caldo, laddove il Papa avrebbe dovuto fare non so che cazzo. Punto che, come ho già detto, continueremo a chiamare punto G. Ed è altrettanto inutile dire che in quel punto caldo della città ci sarei dovuto arrivare a piedi, visto che il traffico era stato prepotentemente bandito. Per dirla proprio tutta, al famigerato punto G non ci si sarebbe potuti arrivare neppure a piedi senza quello stramaledettissimo pass che io e il mio compagno di viaggio non avevamo. Ma parliamo un attimo del mio compagno di viaggio. Un perfetto sconosciuto che si trovava in spiaggia insieme a noi altri e che fino a un minuto prima si era scolato una bottiglia intera di Martini (oltre a svariate birre condite da canne e cannoli). Dire che fosse in condizioni pietose è un blando eufemismo. Probabilmente era già morto da un paio d'ore, ma il suo fisico non l'aveva ancora realizzato e dunque continuava a muoversi come se fosse vivo. Oltre a questo, imprecava e bestemmiava come un ossesso, sostenendo che fosse ridicolo che per colpa di quel coglione in bianco non si potesse nemmeno attraversare la sua città. D'altro canto la mia unica preoccupazione era quella di non farci arrestare entrambi per vilipendio al Santo Padre. E così tentammo invano di oltrepassare due posti di blocco. Giunti al terzo, lo sconosciuto comincia a manifestare i primi sintomi di intolleranza verso le forze dell'ordine, che nel giro di quindici secondi si ergono maestosi intorno a noi. Riesco a portarlo via prima che la situazione degeneri e con un atto di diplomazia degna di uno stratega professionista, riesco persino ad ottenere informazioni utili su quello che avremmo dovuto fare per giungere illesi in prossimità del punto G. Informazioni che di lì a poco si sarebbero rivelate del tutto inutili, visto che anche sulla strada che ci avevano segnalato i tizi in divisa era stato eretto un posto di blocco. Ma il caso volle che ci fossimo anche un po' rotti il cazzo di tutti questi posti di blocco e decidemmo dunque di provare a passare ugualmente. "Io passo alla destra del tizio che chiede i pass", mi disse, "mentre tu passerai alla sua sinistra. Se vengo fermato, tu prosegui come se nulla fosse; lo stesso farò io qualora venissi fermato tu". Questo era sostanzialmente il piano formulato dall'illustre sconosciuto in prossimità del coma etilico. Eppure non so... sarà stata la stanchezza, sarà stato che pure io avevo un po' di cervello annacquato dalla birra, ma in definitiva mi parve un piano fichissimo. Fortunatamente il tizio dei pass era impegnato con due turisti particolarmente impediti e dunque provammo ad imbucarci come stabilito. Non so come, ma funzionò. Quando il tizio dei pass si rese conto di ciò che era accaduto ci eravamo ormai mescolati alla folla. E così, mentre da un lato della strada un fiume di gente tutta colorata scorreva in direzione della chiesa di Bonaria, sull'altro versante due sfigatissimi ubriachi, vestiti da straccioni e reduci da una nottata a dir poco folle, risalivano la corrente per raggiungere il punto G. Come se questo non bastasse, uno dei due continuava a maledire il Papa a gran voce. E insomma, per farla breve: dopo quasi un'ora di cammino e di sofisticate manovre militari finalizzate a scansare tutti i posti di blocco rimanenti, riusciamo finalmente a raggiungere il famigerato punto G. Il caso (o forse Dio? Chi può dirlo...) ha voluto anche che la mia macchina fosse parcheggiata proprio nell'unica via ancora praticabile di Cagliari. Questo mi ha così permesso di andar via senza dover innescare una sparatoria con successivo inseguimento. E son riuscito anche ad eludere quello che per anni è stato il mio incubo peggiore: vedere il Papa.



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FILE #00034 - giovedì, 17 luglio 2008

KiLL dEEPLa mia auto si chiama Christine, proprio come la macchina infernale di Carpenter. Questo perché c'è una cosa che accomuna le due vetture. Potrei dire il fatto che siano state forgiate dal Diavolo in persona o il fatto che, una volta distrutte, si ricompongano da sé. Ma non è questo. Ciò che davvero le rende simili è che l'autoradio è l'unica cosa che funziona sempre. Nel senso che, esattamente come in Christine, si accende quando vuole al solo scopo di consumare la batteria nel momento meno opportuno. Di solito il fenomeno si verifica mentre mi trovo a mille miglia di distanza da casa, cosicché mi sia impossibile usufruire di qualunque genere di soccorso. A differenza della macchina infernale di Carpenter però la mia Christine è nera, splendente e raffinata da un lato, malconcia e rigata dall'altro. Questo perché ogni volta che rientro la notte, dopo una serata un po' storta, tento di rimodellare il vialetto di casa con la sua fiancata. Attualmente sono a metà dell'opera, ma conto di riconcepirlo completamente entro la fine dell'estate. In fondo però voglio bene a Christine... ogni tanto ci fermiamo a fumare sul ciglio della strada, io una sigaretta dal mio fedele pacchetto di Marlboro e lei direttamente dal motore. Le auto che sfrecciano accanto a noi ci osservano e ci invidiano, mentre noi ce ne sbattiamo il cazzo di tutto e di tutti. Temo il giorno in cui dovrò separarmi da lei, poiché le auto che funzionano mi mettono addosso una tremenda soggezione.



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FILE #00033 - domenica, 04 maggio 2008

KiLL dEEPNere, disgustose e costrette a nutrirsi di escrementi. Credevo che le mosche, oltre a ciò, fossero anche stupide. Cioè, a dire il vero lo credo ancora, soprattutto quando col sopraggiungere della stagione invernale si dedicano alla sottile arte delle testate contro le finestre, nel vano tentativo di ricongiungersi a madre natura. In quei giorni poi diventano anche particolarmente fastidiose: ti si accaniscono contro con prepotenza. Poi un pomeriggio di tanti anni fa, mentre formulavo ad alta voce queste mie interessantissime elucubrazioni, mia madre ebbe l'accortezza di farmi notare che il loro comportamento era dovuto al fatto che stessero morendo per il freddo. E ammetto che questa sconcertante rivelazione mi fece restare un po' male. In fondo chi di noi, sapendo di dover morire e di non poter far nulla per eludere l'inesorabile destino, non darebbe delle tremende craniate contro i vetri delle finestre? Chi di noi non si accanirebbe contro un essere vivente indifferente all'infausta condizione che ci affligge? Qualche volta, a inverno inoltrato, capita di notare una mosca sopravvissuta e mi domando quali pene infernali abbia dovuto patire per resistere al freddo così a lungo. Ma la vita, si sa, è ingiusta ed è per questo che a quel punto sono io ad ucciderle. Ma lo faccio con la malinconia nel cuore, ve lo garantisco.



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A proposito di delirium tremens...


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FILE #00032 - giovedì, 10 aprile 2008

KiLL dEEPHo trascorso questo nove aprile in compagnia della zanzara più grande della Terra. In questo preciso istante è appollaiata sullo schermo del mio PC e mi fissa con aria minacciosa. Credo sia un incrocio tra un tirannosauro e un'aquila reale. E' parte integrante della rigogliosa fauna che popola la mia soffitta, il cui padrone incontrastato è, senza alcun dubbio, una femmina di geco grande pressapoco quanto un toro. Di tanto in tanto la osservo percorrere a tutta velocità la distanza che separa la tenda dal termosifone, incurante dei numerosi pericoli che potrebbero celarsi nei meandri oscuri dello stanzino di fronte. Qualche volta si porta dietro i cuccioli, come un piccolo esercito di rettili da combattimento. Lo scorso Natale ho deciso di regalarle un collare borchiato e credo che l'abbia apprezzato, dal momento che lo indossa tuttora. Dietro una lunga schiera di libri impolverati vive invece un ragno millenario dalla lunga barba bianca. Si narra che un tempo avesse sembianze umane e altri non fosse che un capo tribù indiano, vittima di un malvagio sortilegio. Io lo considero un po' il mio padre spirituale e quando ho un problema che mi affligge mi rivolgo sempre a lui, che mi ascolta e mi da sempre ottimi consigli. Sono molto affezionato a ciascuno di loro e mi dispiacerà moltissimo abbandonarli, visto che a breve cambierò casa. Spero che i prossimi inquilini sappiano averne cura.



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A proposito di delirium tremens...


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FILE #00031 - mercoledì, 13 febbraio 2008

KiLL dEEPE fu così che quando per la prima volta vidi il cartone animato di Creamy mi presi una clamorosa sbandata. Vuoi per lo sguardo dolce e languido, vuoi per quella gonnellina ad espansione orizzontale che tanto stimolava le mie acerbe deviazioni da maniaco ottantenne in erba, vuoi per tanti altri motivi che ora non starò qui ad elencare, ma comunque me ne innamorai. Il problema è che all'epoca mi ritrovavo ad essere grandicello per questo genere di cose. Frequentavo la prima media, se la memoria non m'inganna. E a quell'età, sebbene non fosse scritto da nessuna parte, i maschietti dovevano pensare a tutto fuorché ad un cartone animato per femminucce dalle tinte sdolcinate. Eppure a me piaceva, non potevo farci nulla. Il fato volle che in quello stesso periodo, oltre al cartone animato, gli Dei della Terra decidessero di concedere a noi comuni mortali anche il relativo album delle figurine. E come se questo già di per sé non bastasse, nel supermarket accanto alla mia scuola lo davano persino in omaggio. Dramma e disperazione! Se anche avessi usufruito della generosa offerta, mai e poi mai avrei potuto presentarmi dinanzi all'edicolante in divisa da metallaro incallito e con tanto di atteggiamento sprezzante nei confronti dell'universo intero per poi chiedere cortesemente cinque pacchetti di figurine per la raccolta di Creamy. Tanto più che l'edicola in questione era situata in una zona poco strategica, a due passi dalla mia scuola. Il rischio di imbattermi in qualche compagno di classe spavaldo e gradasso pronto a prendermi per il culo a vita era davvero troppo alto. Decisi quindi di rinunciare, seppure a malincuore. Giunsi persino ad invidiare la mia vicina di banco, poiché lei, come tutte le sue coetanee, non solo poteva permettersi di realizzare la sacra raccolta di figurine, ma era anche libera di andarne fiera ed orgogliosa. La compagna in questione si chiamava Chiara ed era una delle poche ragazze con cui riuscivo a condividere gusti e preferenze negli ambiti più disparati. Prevalentemente in quello musicale, ma talvolta anche in quello televisivo. Ebbene, ricordo che un pomeriggio, durante una noiosissima lezione di storia, vidi accanto a lei un mazzo di figurine doppie. Avete presente le doppie, no? Quelle che solitamente ci si scambiava con altri collezionisti al fine di completare l'album più velocemente. Si insomma, proprio quelle. Trovai il coraggio di domandare a Chiara se potevo dar loro un'occhiata. Cominciai a sfogliarle una ad una, finché non vidi lei: la figurina perfetta; quella che ritraeva la bellissima Creamy all'apice del suo splendore; quella che non mi sarei mai stancato di ammirare; quella sulla quale avrei potuto fantasticare per giorni e giorni nella beata solitudine della mia cameretta; quella che avrei dovuto avere a tutti i costi! Da quel momento, per tre lunghi giorni pregai Chiara in tutte le lingue del mondo affiché me la cedesse. Oh certo, mica in cambio di niente! Al tempo vigeva la consuetudine secondo cui maschietti e femminucce non dovessero assolutamente elargirsi favori di alcun tipo, poiché sarebbe stato interpretato come un gesto di debolezza e sottomissione nei confronti dell'altro sesso. Doveva essere uno scambio. Le proposi un po' di tutto, dai giornaletti di musica fino ad arrivare persino al mio inutile compagno di banco. Le proposi di prendersi anche lui, ma fu tutto inutile. Chiara era intransigente e risoluta nella sua posizione. All'epoca né io né i miei genitori disponevamo di grosse quantità di denaro. Erano tempi duri ed io ero sempre al verde (un po' come ora d'altronde). Ma quella figurina la desideravo tanto ed infine, in preda al delirio più totale, arrivai persino ad offrire a Chiara il denaro corrispondente all'acquisto di dieci pacchetti di figurine! Dieci pacchetti, capite? Fino a quel momento non me li ero mai potuti permettere. Né d'altronde i miei avrebbero mai elargito una simile somma, ma in qualche modo mi sarei arrangiato. Chiara finalmente accettò. Quella sera mi presentai al cospetto di una madre severa e incazzata ed inventai un racconto strappalacrime degno della più tremenda telenovela brasiliana. Di certo non potevo dirle che servivano per l'acquisto di una misera figurina, mi avrebbe fatto internare all'istante (e con buona ragione). Insomma, per farla breve alla fine, seppure non senza difficoltà, riuscii ad estorcerle quei soldi. Non me li diede tutti per la verità, qualcosina di meno, ma dovevo comunque tentare. Il giorno seguente andai da Chiara e le ofrii il malloppo, spiegandole che era tutto quello che ero riuscito a raccimolare. Chiara ci pensò un po', tirò fuori la figurina dal mazzo e alla fine me la diede senza pretendere nulla in cambio. Se solo non fosse stata brutta e odiosa come tutte le bambine della sua età, probabilmente l'avrei anche abbracciata. Fu comunque uno dei giorni più felici della mia lugubre infanzia e nelle settimane a venire feci di quella figurina una sorta di feticcio da ammirare e da venerare. Edificai un tempio e sacrificai i due gatti del vicino in segno di profonda e perpetua devozione. Non ricordo quale fu la sorte che segnò la sacra effigie, probabilmente andò distrutta durante il devastante diluvio casalingo con cui Dio decise di punire la mia reiterata infedeltà pagana. Tuttavia quella figurina la porto ancora oggi nel profondo del cuore. E insomma, vorrà pur dire qualcosa...



Scritto e diretto da Deeproad alle ore 12:19 | messa a fuoco | commenti (95)
A proposito di vite perpendicolari...


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