Da grande appassionato di creature mostruose e fantastiche, mi domando come mai le sirene siano sempre state così ingiustamente trascurate dal mondo del cinema in generale e dalla cultura horror nello specifico. E si che il loro lato oscuro offre una vasta gamma di spunti da non sottovalutare. Non dimentichiamo che prima di tramutarsi in un esseri smidollati e sottomessi alle ingrate leggi dell'amore romantico (un po' come i vampiri, tanto per intenderci), le sirene erano fanciulle feroci e spietate, capaci di ammaliare le proprie vittime al solo scopo di divorarle. E dunque si, l'amore può anche starmi bene, ma che almeno proceda di pari passo con la natura primordiale di queste affascinanti entità marine. Metteteci pure che son fighe, un po' mignotte e che trascorrono la loro esistenza perennemente in topless. E insomma, capite bene il mio disappunto.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 19:54 | messa a fuoco | commenti (13)
A proposito di incubi e succubi...

La truffa telematica più cool del momento: cuccioli di razza direttamente dal clima equatoriale del Camerun. Ovviamente gratis. Ci sarebbero giusto quei 300 euro anticipati per la spedizione, ma d'altronde sono cani di razza, ne vale certamente la pena. Poi vabbeh, a causa di un intoppo con i trasporti, il cucciolo rimane bloccato presso l'aeroporto di una città il cui piatto nazionale è proprio il cane marinato alle spezie. Per proseguire la spedizione occorrono altri 500 euro o giù di lì. Comincia ad essere un po' caro, ma hanno un visino così dolce! Chi potrebbe mai essere tanto crudele da abbandonare una povera creatura indifesa e desiderosa di coccole nel bel mezzo di un aeroporto? E intanto la macchina burocratica fatica a rimettersi in moto e così il cucciolo rischia di finire in uno squallido canile ricavato da un ex campo di concentramento nazista. Ricevi la notizia tramite email mentre sei ancora al lavoro. Ti rechi dal megadirettore della rinomata azienda per cui lavori e chiedi il permesso di poter rientrare urgentemente a casa. Sali in macchina, allacci la cintura di sicurezza. Durante il tragitto metti sotto due senzatetto che con il loro sudicio sangue, probabilmente annacquato dall'abuso di alcool, osano imbrattare il paraurti della vettura nuova fiammante. Ma se la sono cercata, erano alcolizzati e in ogni caso sarebbero morti di stenti. Scendi dalla macchina, entri in casa e corri a prendere la carta di credito. 2000 euro. Abbondi nella speranza che la situazione si sblocchi una volta per tutte. Dopo l'ennesima richiesta di denaro però ti viene il vago sospetto che ti stiano prendendo per il culo. E fai bene, perché è proprio così. E te lo meriti anche. E qualcosa mi dice che se ti volti noterai gli spettri di due sudici barboni sfigurati che, ridendo a crepapelle, puntano l'indice verso di te.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 10:45 | messa a fuoco | commenti (11)
A proposito di frammenti del selvaggio web...


Scritto e diretto da Deeproad alle ore 16:57 | messa a fuoco | commenti (6)
A proposito di tubi e affini...

Non ricordo quanti anni orsono, ma di certo ero abbastanza piccolo da credere che se avessi lasciato la mano di mia madre anche per un solo istante mi sarei perso per sempre. D'altro canto neppure lei lasciava mai la mia, soprattutto quando si andava a far compere al mercato. All'epoca il mercato di S. Benedetto appariva ai miei occhi come la più grande fiera del commercio internazionale da strada. In realtà si tratta di un mercato cittadino di modeste dimensioni, ma lo capii soltanto qualche anno più tardi. La confusione tuttavia era notevole. Si stava stretti come sardine in un enorme edificio, tra gli spintoni e le urla della gente che contrattava sul prezzo di frutta, verdura, pesci e carni di vario tipo. I commercianti avevano tutti le fattezze dei più acerrimi nemici di Ken il guerriero ed io ero più che sicuro che, se mai fossi caduto nelle loro grinfie, mi sarei ritrovato disteso sopra uno di quei banconi, con un limone in bocca e il cartellino del prezzo piantato sul petto. Ma oltre a questo c'erano altri due motivi per cui non amavo far compere in quel girone infernale: il primo riguardava il timore che uno di quei barbari, nella foga di una contrattazione particolarmente accesa, lanciasse uno dei suoi fedeli coltelli da cacciatore di taglie australiano contro di me o contro mia madre; il secondo era l'inevitabile distacco fisico dalla genitrice nel momento in cui questa si apprestava a tirar fuori i soldi dalla borsa al termine della compravendita. E infatti fu soltanto un attimo. Lasciai andare la sua mano e mi persi nella ressa. A nulla sarebbe servito gridare "mamma". La speranza che la mia voce potesse essere udita in mezzo alle grida della folla morì ancor prima di nascere. Tentai allora di aggirare un signore che, presumibilmente si era frapposto tra me e mia madre, ma subito mi si parò davanti il culo più grande che avessi mai visto: una sorta di massa informe e molliccia con due grosse buste della spesa accanto. Di mia madre comunque neppure l'ombra.
Ci fu un istante di panico con conseguente fuoriuscita di lacrime, ma poi giunse immediatamente l'illuminazione: se solo fossi riuscito ad uscire da quella bolgia, avrei saputo come raggiungere la macchina. Per un qualche beffardo disegno del destino ricordavo esattamente dove l'avevamo parcheggiata. Perciò, se anche l'abbandono fosse stato intenzionale, cosa che ovviamente nel panico della situazione arrivai a pensare, era impossibile che mia madre decidesse di lasciarsi alle spalle il solo ed unico mezzo di trasporto di cui disponesse. Feci il giro del mercato per tre o quattro volte prima di imboccare l'uscita giusta. Intorno a me vedevo solo gambe che si muovevano in tutte le direzioni e mi sentivo come il protagonista di uno sfigatissimo videogioco.
Uscito dal mercato mi incamminai verso il parcheggio. Ed era lì, la mia macchina. Verde come la ricordavo e splendente come un ippopotamo che riemerge da un lago di fango. Ovviamente non possedevo le chiavi, perciò prevedevo di restare incollato allo sportello finché mia madre non fosse tornata. Come nella migliore delle avverse tradizioni, cominciò anche a piovere. Ma comunque non mi sarei mosso in cerca di un riparo nemmeno per il cazzo. E così rimasi lì, fradicio e depresso, appoggiato allo sportello della macchina. D'un tratto udii una voce: "Ehi bambino, cosa ci fai tutto solo sotto la piaggia?". Sollevai lo sguardo e vidi una ragazza sulla trentina. "Ero al mercato con mia mamma e mi sono perso", risposi. "Vieni, sali nella mia macchina, possiamo aspettarla insieme". La vettura della ragazza si trovava esattamente accanto a quella di mia madre, dunque sarebbe stato per me un riparo ideale. Così come mi era stato adeguatamente impartito più volte nel corso della mia seppur breve educazione, mi ricordai di attivare il sensore adibito al rilevamento di situazioni potenzialmente pericolose. Avevo tutti gli elementi, incolonnati davanti agli occhi a mo' di terminator in azione: grande città; parcheggio di un infimo mercato; sconosciuto che con fare suadente invita un bambino drasticamente vulnerabile a salire nella sua macchina. Risultato dell'elaborazione: nessun pericolo incombente! E fu così che la gentile donzella mi caricò in macchina.
Era una ragazza molto dolce e parlammo a lungo. In particolare mi colpì un cavalluccio marino essiccato che teneva appeso allo specchietto retrovisore. Non ne avevo mai visto uno e così mi feci raccontare tutto ciò che sapeva sull'argomento. Mi disse che le era stato regalato da un amico, che sono animali marini e che addirittura si muovono a ritroso. Aveva una bella voce e mi piaceva molto sentirla parlare. Dopo circa venti minuti smise di piovere e le dissi che se voleva poteva tranquillamente tornare a casa, dal momento che io avrei potuto attendere fuori. Invece decise di restare con me finché mia madre non tornò al parcheggio, scortata da un poliziotto e in preda alla più assoluta disperazione. Mi ritrovò sorprendentemente tranquillo e rilassato. Ringraziò la ragazza in tutte le lingue, anche quelle morte, e finalmente mi incamminai verso la mia auto. Prima che potessi avere il tempo di aprire lo sportello però la ragazza mi richiamò indietro. Mi avvicinai nuovamente a lei e sorridendo mi disse: "Tieni, ho una cosa per te". Allungò una mano e mi diede il cavalluccio marino di cui tanto avevamo parlato. Io la abbracciai per ringraziarla, le diedi un bacio sulla guancia e scappai verso la macchina. Per tutto il viaggio mia madre mi parlò di quanto si fosse spaventata nel non vedermi, di quanto fossi stato imprudente nel dare retta ad uno sconosciuto e tante altre cose di cui non conservo memoria. Io però non l'ascoltavo e continuavo imperterrito a giocherellare col cavalluccio marino che tanto gentilmente mi era stato donato, dimenticando l'angosciante disavventura di una mattina.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 12:37 | messa a fuoco | commenti (9)
A proposito di vite perpendicolari...

Ci sono tanti modi per morire. Uno di questi è vedere il proprio blog affetto dalle mefitiche pubblicità di Google dopo appena sei mesi che non l'aggiorni. In effetti sei mesi possono sembrare tanti, ma è solo una piccola parte della nostra misera esperienza esistenziale. E siccome finché c'è vita c'è speranza, o almeno così si suole dire, preferisco scrivere niente piuttosto che soccombere alle dure leggi del marketing. Ma ho ancora qualcosa da narrarvi, probabilmente l'ultima.
Epperò lo farò solo se e quando mi sentirò pronto a farlo. Potrebbe essere anche domani, ma prima di tutto voglio accertarmi del fatto che nessuno si aggiri più da queste parti. Forse allora sarà il momento giusto.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 22:50 | messa a fuoco | commenti (12)
A proposito di questo inutile blog...

E così mi appresto a traslocare in quella che sarà la mia nuova dimora. Traslocare è una gran rottura di cazzo. Tra l'altro è incredibile quante cose sia riuscito ad incamerare il mio armadio nel corso degli anni. Sotto i tre strati di CD, fumetti e DVD ho ritrovato nell'ordine: lettere e bigliettini di persone che neppure ricordavo esistessero, riviste porno di quando avevo circa tredici anni, una bambolina voodoo con tanto di spilloni conficcati, un parente fossilizzato, un varco dimensionale verso mondi paralleli, il mio senso del pudore e un pupazzo a molla che da bambino rappresentava il mio incubo peggiore. Niente che si possa rivendere, fatta eccezione per le riviste porno che probabilmente finiranno nella cassetta della posta del mio vicino di casa. Perché anche il mio vicino di casa in effetti è una gran rottura di cazzo.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 11:43 | messa a fuoco | commenti (37)
A proposito di vite perpendicolari...


Scritto e diretto da Deeproad alle ore 22:38 | messa a fuoco | commenti (22)
A proposito di tubi e affini...

Ricordo il primo giorno di liceo come fosse ieri. Vidi passare quella che a tutti gli effetti sarebbe potuta essere la ragazza più brutta dell'intero istituto. Non perché fosse effettivamente un cesso, ma perché le proporzioni di ogni singola parte del suo corpo erano completamente sbagliate. Appena dieci minuti dopo scoprii che era stata assegnata alla mia classe. Può sembrare un argomento futile, me ne rendo conto, ma i sani propositi di gettarmi alle spalle le sfighe del passato si erano infranti ancor prima che cominciassero le lezioni. Da quel momento in poi fu una progressiva ed inesorabile discesa negli abissi infernali della depressione. Quello che sarebbe dovuto essere il mio migliore amico durante i difficili anni di questa nuova esperienza scolastica cominciò a starmi sul culo fin dal primo giorno. Odiavo tutti i miei insegnanti e loro cordialmente ricambiavano il sentimento. La mia casa divenne inagibile per mesi, causa ristrutturazione di non so che cazzo. Mio padre s'era fatto l'amante, mia madre era isterica più di quanto non fosse sempre stata ed io, per la prima volta, mi resi conto di cosa significasse sentirsi davvero soli. Quello fu anche l'ultimo anno in cui mi dedicai ad attività sportive. Vuoi perché di lì a poco il liceo mi avrebbe succhiato l'anima per cinque lunghissimi anni, vuoi per l'imminente dedizione ai piaceri del fumo e dell'alcool come soluzione definitiva ai problemi adolescenziali. E così, mentre la mia esistenza andava a rotoli, decisi di dedicarmi al tennis per due sere a settimana. Intendiamoci, non me n'è mai fottuto un cazzo del tennis, così come di tutti gli altri sport che, fin da quando ero piccolo, mi si sono avvicendati nel corso degli anni. Eppure in quel momento rappresentava un'ancora di salvezza. Ma non l'attività in sé. La salvezza vera e propria per me era rappresentata dall'andare a fare tennis. Si, perché il percorso che separava la villa di mia nonna (presso la quale stavo accampato tipo profugo) dal centro sportivo era tutto in discesa. Ed io avevo elaborato un mio preciso rituale: aprivo il cassetto del comodino e tiravo fuori un walkman rosso, con tanto di cuffiette vecchia maniera. So che oggi potrebbe far ridere, ma all'epoca era un aggeggio davvero molto cool, dovete credermi. Da una manciata di cinque o sei musicassette accuratamente selezionate sceglievo quella che mi avrebbe accompagnato durante la mia breve fuga dal mondo. Salivo sulla mia fedele mountain bike e faticosamente cominciavo a pedalare in direzione opposta ai campi da tennis. A questo punto vi domanderete: perché in direzione opposta? Perché quella succulenta discesa dovevo godermela tutta dal principio. E così, raggiunto il punto più alto della collina, giravo la bici in direzione dei campi da tennis e mi fermavo per qualche istante a contemplare il panorama che mi si parava dinanzi. Una mano stringeva il manubrio e l'altra restava appoggiata sul tasto Play del walkman. Nel momento in cui cominciava la musica sferravo la prima pedalata. Ne sarebbe bastata una sola per giungere a destinazione, poiché la ripida discesa avrebbe fatto il resto. Ma tanto più forte sarei stato capace di andare, tanto più il vento avrebbe spazzato via tutte le mie frustrazioni. La prima curva era talmente stretta che da piccolo finivo sempre per schiantarmi contro la recinzione della casa di fronte. Ma ormai ero cresciuto e potevo permettermi di farla tutta senza neppure rallentare. Velocità da motociclista, vento tra i capelli, moscerini negli occhi, brano rigorosamente rock che mi sfondasse i timpani ed ecco che mi sentivo in cima al mondo. Non c'era niente che potesse fermarmi. Se un tir mi fosse venuto contro si sarebbe accartocciato su sé stesso ed io ne sarei uscito completamente illeso. Il tempo di una sola canzone e avevo già raggiunto il centro sportivo, in cui potevo finalmente dar sfogo a tutta l'adrenalina raccolta durante il viaggio. Ogni volta che colpivo quella palla immaginavo ci fosse disegnata la faccia di uno dei miei insegnanti del liceo, il mio compagno di classe, mio padre, mia madre e persino quella povera ragazza che non ha mai saputo quanto la trovassi orrenda. Sapevo purtroppo che il viaggio di ritorno sarebbe stato tutto in salita: una fatica disumana e tremenda che la vita prima o poi ti restituisce in ogni caso. Ma, come si suol dire, questa è un'altra storia.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 11:13 | messa a fuoco | commenti (6)
A proposito di vite perpendicolari...

L'altra mattina, dopo una lunga notte trascorsa in spiaggia all'insegna della più dissoluta depravazione, mi son ritrovato a dover raggiungere la macchina, abbandonata in un punto non meglio definito della mia città, che per comodità chiameremo punto G. Ma subito mi viene da domandarvi: avete mai provato ad attraversare una qualsiasi città che di lì a qualche ora si appresta a ricevere una visita del Papa? Erano appena le sei e mezza del mattino, ma sembrava di essere a Tokyo durante l'ora di punta. C'erano suore bianche, suore nere, scout di tutta la galassia con i loro fazzoletti colorati allacciati al collo, gruppi religiosi di ogni nazionalità, semplici turisti con mappe al seguito, morti viventi e pirati dei Caraibi. E ovviamente la polizia. Polizia ovunque. Polizia in mezzo alle strade, polizia nelle piazze, polizia ai posti di blocco, polizia nei cassonetti della spazzatura, polizia nelle edicole, nei bar, nelle gioiellerie e persino nascosta nel taschino delle divise di altri poliziotti. Inutile dire che la mia macchina si trovava esattamente in prossimità del punto cittadino più caldo, laddove il Papa avrebbe dovuto fare non so che cazzo. Punto che, come ho già detto, continueremo a chiamare punto G. Ed è altrettanto inutile dire che in quel punto caldo della città ci sarei dovuto necessariamente arrivare a piedi, visto che il traffico era stato prepotentemente soppresso. Per dirla proprio tutta, al famigerato punto G non ci si sarebbe potuti arrivare neppure a piedi senza quello stramaledettissimo pass che io e il mio compagno di viaggio ovviamente non avevamo. Ma parliamo un attimo del mio compagno di viaggio. Un perfetto sconosciuto che si trovava in spiaggia insieme a noi altri e che fino a un minuto prima si era scolato una bottiglia intera di Martini (oltre a svariate birre condite da canne e cannoli). Dire che fosse in condizioni alquanto pietose è un grande complimento. Probabilmente era già morto da un paio d'ore, ma il suo fisico non l'aveva ancora realizzato e dunque continuava a muoversi come fosse vivo. Ma non si limitava a procedere alla stregua di uno zombi, no. Imprecava e bestemmiava come un ossesso, sostenendo che fosse ridicolo che per colpa di quel coglione in bianco non si potesse nemmeno attraversare quella che lui considerava a tutti gli effetti la sua città. Sarei anche potuto stare lì a sviscerare tutte le sue ragioni, ma la mia preoccupazione principale al momento era quella di non farci arrestare entrambi per vilipendio al Santo Padre. E così tentammo invano di oltrepassare due posti di blocco. Giunti al terzo, lo sconosciuto comincia a manifestare i primi sintomi di intolleranza verso le forze dell'ordine, che nel giro di quindici secondi gli sono intorno pronti a malmenarlo all'americana. Riesco a portarlo via prima che la situazione degeneri e con un atto di diplomazia degna di uno stratega professionista, riesco persino ad ottenere informazioni utili su quello che avremmo dovuto fare per giungere illesi alla mia agognata autovettura, situata, ci tengo a ribadirlo, in prossimità dell'ormai noto punto G. Informazioni che di lì a poco si sarebbero rivelate del tutto inutili, visto che anche sulla strada che ci avevano segnalato i tizi in divisa era stato eretto un altro merdosissimo posto di blocco. Ma il caso volle che ci eravamo rotti il cazzo e che decidessimo dunque di provare a passare ugualmente. "Io passo alla destra del tizio che chiede i pass", mi disse, "mentre tu passerai alla sua sinistra. Se vengo fermato, tu prosegui come se nulla fosse; lo stesso farò io qualora venissi fermato tu". Questo era sostanzialmente il formidabile piano formulato dall'illustre sconosciuto in prossimità del coma etilico. Eppure non so... sarà stata la stanchezza, sarà stato che pure io avevo un po' di cervello annacquato dalla birra, ma in definitiva mi parve un piano fichissimo. Attendemmo così che il tizio addetto al controllo dei pass fosse impegnato con due turisti particolarmente dementi e provammo quindi ad imbucarci come da progetto. Non so come, ma funzionò. Quando il tizio dei pass si rese conto di ciò che era accaduto ci eravamo ormai mescolati alla folla. E così, mentre da un lato della strada un fiume di gente tutta colorata scorreva in direzione della chiesa di Bonaria, sull'altro versante due sfigatissimi ubriachi, vestiti da straccioni e reduci da una nottata a dir poco folle, risalivano la corrente per raggiungere il punto G. Come se questo non bastasse, uno dei due continuava a maledire il Papa a gran voce. E insomma, per farla breve: dopo quasi un'ora di cammino e di sofisticate manovre militari finalizzate a scansare tutti i posti di blocco rimanenti, riusciamo finalmente a raggiungere il famigerato punto G. Il caso (o forse Dio? Chi può dirlo...) ha voluto anche che la mia macchina fosse parcheggiata proprio nell'unica via ancora praticabile di Cagliari. Questo mi ha così permesso di andare via senza dover innescare una sparatoria con successivo inseguimento. E son riuscito anche ad eludere quello che per anni è stato il mio incubo peggiore: vedere il Papa.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 01:21 | messa a fuoco | commenti (17)
A proposito di vite perpendicolari...

La mia auto si chiama Christine, proprio come la macchina infernale di Carpenter. Questo perché c'è una cosa che accomuna le due vetture. Potrei dire il fatto che siano state forgiate dal Diavolo in persona o il fatto che, una volta distrutte, si ricompongano da sé. Ma non è questo. Ciò che davvero le rende simili è che l'autoradio è l'unica cosa che funziona sempre. Nel senso che, esattamente come in Christine, si accende quando vuole al solo scopo di consumare la batteria nel momento meno opportuno. Di solito il fenomeno si verifica mentre mi trovo a mille miglia di distanza da casa, cosicché mi sia impossibile usufruire di qualunque genere di soccorso. A differenza della macchina infernale di Carpenter però la mia Christine è nera, splendente e raffinata da un lato, malconcia e rigata dall'altro. Questo perché ogni volta che rientro la notte, dopo una serata un po' storta, tento di rimodellare il vialetto di casa con la sua fiancata. Attualmente sono a metà dell'opera, ma conto di riconcepirlo completamente entro la fine dell'estate. In fondo però voglio bene a Christine... ogni tanto ci fermiamo a fumare sul ciglio della strada, io una sigaretta dal mio fedele pacchetto di Marlboro e lei direttamente dal motore. Le auto che sfrecciano accanto a noi ci osservano con religiosa invidia e noi ce ne sbattiamo il cazzo di tutto e di tutti. Temo il giorno in cui dovrò separarmi da lei, poiché le auto che funzionano mi catapultano in uno stato di tremenda soggezione.

Scritto e diretto da Deeproad alle ore 21:40 | messa a fuoco | commenti (42)
A proposito di vite perpendicolari...












